Home » Festival Varese Ligure » Moderni mestieri antichi. Riflessioni sull’artigianato

Moderni mestieri antichi. Riflessioni sull’artigianato

Varese Ligure

Photo Augustin – Varese Ligure

di Umberto Curti, Direttore APS “Il centro del gusto”

Tipicità è un sostantivo per il quale i vocabolari ricorrono ai concetti di caratteristico, peculiare, specifico… In ambito socioculturale e turistico, la sua fortuna è connessa ad un recupero (riti, cibi, artigianato…) di tutto ciò che è tradizionale, locale, distintivo, particolare, in opposizione ai consumi globalizzati e omologanti, sovente indotti da media che, per fini commerciali, sempre più “massificano” le scelte e i comportamenti non solo economici della collettività.

Peraltro, sono purtroppo sempre più numerosi i lavori che, incalzati dalle moderne tecnologie e da molteplici “competitor” (sovente, sino a poco tempo fa, estranei alla sfida tradizionale), devono cedere il passo ai tempi e ad altre attività produttive, in apparenza più remunerative, o più in linea coi nuovi consumi. L’abbandono di queste antiche attività  produce sovente una ferita culturale immedicabile, priva inoltre i centri storici (centri commerciali naturali) di sicuri e tradizionali punti di riferimento causando anzitutto distorsione e degrado del tessuto urbano, e provocando inoltre non trascurabili danni socioeconomici e occupazionali…

Tutelare questi (antichi) mestieri, senza che ciò significhi musealizzarli, passa inevitabilmente per un’approfondita riflessione e per un loro inserimento/valorizzazione all’interno di un ampio e credibile progetto di politica territoriale e di urban marketing. Talora, come qui e là è stato fatto, verificando anche ipotesi d’integrazione fra media/grande impresa e artigianato.

Recenti indagini sul ricambio generazionale e sul trasferimento d’impresa, condotte ad es. in àmbito CLP-Camera di commercio di Genova, e concernenti anche piccoli centri a rischio “marginalizzazione”, situano, fra i fattori più centrali viste le continue rivoluzioni in atto, il possesso di un know-how nel quale la componente pratica non prevarichi quella teorica e di un’idonea managerialità orientata al marketing, alla comunicazione e al fronteggiamento delle accelerate turbolenze dell’epoca attuale. Tanto più ove l’impresa miri anche ad internazionalizzarsi, esplicitando i propri valori su mercati di cultura diversa (si vedano in proposito anche le preziose risultanze del progetto “Spring” di Regione Lombardia).

In una Liguria già connotata quasi soltanto da microimprese (su 140mila, sono solo una quarantina le medie imprese), i cosiddetti “antichi mestieri” (1) , nel contesto di riferimento e tanto più nell’attuale congiuntura socioeconomica, propongono ulteriormente caratteri che possono – per così dire – figurare nel quadrante delle opportunità ma anche in quello delle criticità. Nel primo caso tali microimprese configurano la propria esistenza e attività in senso “glocal”, riuscendo a confrontarsi idoneamente col mercato e assurgendo a protagonisti del marketing urbano (inteso qui soprattutto come valorizzazione e potenziamento delle attività nei centri storici), nel secondo – purtroppo – modi di operare esclusivamente product oriented non reggono il passo della contemporaneità, e le microimprese attardate rischiano di uscire progressivamente fuori dal business e dal vissuto commerciale/cittadino.

Cosa sono, come appaiono gli antichi mestieri? Essi si connotano per

  • tradizionalità profondamente legate al territorio (2) , sovente anche in termini di ubicazione (nel seno dei centri storici o lungo direttrici ben definite). V’è un humus che le nutre, un habitat che le ospita…
  • manualità creativa, che plasma, che trasforma (capacità teoretica e poietica), a contatto vivo con la materia
  • accentramento delle fasi di processo,
  • pathos per la qualità intesa anche come indefessa perpetuazione dell’abilità artigiana (di padre in figlio…), come lontananza anzitutto ideologica dal seriale,
  • affiancamento dei collaboratori on field, “in situazione” (quasi sempre una sorta di compagnonnage/apprendistato, si pensi anche al durissimo periodo di “gavetta” nelle brigate di cucina-rosticceria-panificio…),
  • vaghe forme di conservatorismo…,
  • talora rigidità gestionali e dell’offerta rispetto alla domanda (tempistiche, pricing, orari, comunicazione, ecc.)…

Mettere passione personale nelle cose che si fanno, per citare il sociologo statunitense Richard Sennett (autore del bestseller L’uomo artigiano, ed. italiana presso Feltrinelli, 2008), è dal punto di vista artigiano tutelare la risorsa conoscitiva ed esperienziale derivante dal passato, attraverso un agire – per propria natura sempre in progress – che risulta non obsoleto né superato dalle tecnologie ecc. apportate dal tempo, le quali casomai lo “integrano” senza snaturarlo. Supportano la creatività senza intaccarne il fascino in termini di irripetibilità e singolarità. Designer, istituti d’arte, società di divulgazione culturale hanno lanciato,  negli anni ’80 e ’90 del Novecento, opere e manufatti (grafiche, sculture multiple, cere perse…) i quali – pur accessibili economicamente – puntavano non a caso proprio sull’unicità appassionata del gesto originario dell’artista-artigiano. Si pensi, a puro titolo d’esempio, ad opere famose come “L’albero della vita” di Mario Ceroli per Sestrière. Difendere il ben-fare, e il bel-fare, dell’uomo “fabbro” (ma del resto, così il poeta T.S. Eliot definiva anche il proprio maestro Ezra Pound) pone delle urgenze in seno alla società e al mondo del lavoro globalizzante, della megamacchina che infine libera l’uomo solo licenziandolo. Tale risorsa artigiana – sempre parafrasando il sociologo – è infatti memoria/valore da non smarrire, è la produzione di nicchia in antitesi alla serialità, è la gratificazione personale in antitesi all’alienazione del macchinario, è il segno individuale in antitesi alla standardizzazione, non a caso alcuni mestieri e abilità tuttora si tramandano internamente alle famiglie, generazione dopo generazione, quasi in modalità “dinastica” e “clanica”.

Il vocabolo “artiere”, del resto, era sin dall’origine semantica assai pregno perché individuava dentro le comunità quei soggetti che alla capacità manuale o strumentale univano quelle dell’ideazione, della progettazione e della creazione continua, a volte anche a livello artistico, con prodotti di eccellenza – veri e propri “oggetti culturali” – in grado di sfidare il tempo e i concorrenti d’altrove per molte generazioni. Dunque di creare (garantirsi) attraverso le mani il futuro proprio o del proprio laboratorio-scuola o della propria arte. Un presidio di riferimento, in senso lato.

Ma taluni antichi mestieri si stanno davvero rarefacendo a causa di una reale mancanza di prospettiva economica?

Fra tanti, tale è forse – ancor più progettando orientamento e formazione, e disegnando economie urbane – il quesito prioritario. O viceversa si stanno rarefacendo a causa di altre ragioni (mancanza di informazioni e/o di formazione, dinamiche territoriali negative (3) , scarsità o costi delle materie prime, assenza di finanziamenti e sostegni)? Quanto e cosa sanno i giovani circa il mestiere di fabbro, falegname, cuoco, panettiere, pasticcere, bottaio…?

Individuate le reali ragioni di scenario (altrimenti potrebbe apparire contraddittorio che un mestiere in via d’estinzione riesca meritevole d’appoggio pubblico e appetibile quanto a prospettive di lavoro e di mercato, tanto più ove non pochi giovani paiono talora consumatori alquanto “massificati” e acritici), si potranno cantierare eventuali contromisure focalizzando

  • le caratteristiche identitarie e specifiche – anche in senso storico – dei diversi mestieri
  • le competenze (non meramente operative) necessarie per svolgerli “al passo coi tempi”
  • i fabbisogni lungo la strada della qualità e delle certificazioni (vedi sopra)
  • le tendenze del mercato di riferimento
  • le “integrabilità” col sistema turismo, musealità, esposizioni, ecc.
  • le prospettive economiche (ragionevolmente sui prossimi 5-10 anni)
  • i partner in base al sistema Paese e ai settori di riferimento
  • gli interventi a sostegno e per l’implementazione (monitoraggio bandi e finanziamenti)
  • le opportunità consentite dai new e social media, e dal web marketing 2.0...

Sulla dialettica needs e skill (fabbisogni e competenze) si giocherà infatti la partita a venire dell’impresa artigiana. Donde partire? Verosimilmente dalla constatazione che l’artigiano è sempre “presente” nella propria azienda, la “sorveglia”, ed esercita personalmente la propria attività, è tutt’uno con essa, ne è maestro in quanto la padroneggia (maîtriser), è erede di una tradizione, che forse perpetuerà. Nell’impresa artigiana fra i fattori produttivi spicca il lavoro in quanto vengono prodotti beni in limitate quantità e non già in serie. Anche nell’impresa artigiana vengono beninteso utilizzati macchinari ed attrezzature, ormai talvolta anche ad altissima tecnologia, ma il lavoro umano si conferma preminente ed essenziale, è presenza identificativa.

Il prodotto o servizio che viene offerto, in tal senso, esprime lo stile personale dell’artigiano (4) , e in ciò situa il proprio plusvalore. In tale prodotto coesistono la sensorialità, l’emozione e la felicità dell’artefice (che può divenire appagamento del cliente).

Uno studio che ha rielaborato i dati del Rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere, apparso ripetutamente sulla stampa nazionale e sul web, rilevava tuttavia come dinanzi a circa 550mila nuove assunzioni previste in vari settori, le imprese avessero difficoltà a coprire oltre 147mila posti, pari al 26,7% (oltre un quarto) del totale. Posizioni professionali che, almeno così direbbero le cifre, e malgrado la crisi economica e l’incremento della disoccupazione, nessuno focalizza addosso a sé o per le quali non vi è corretta formazione/informazione: alla chiamata delle imprese (5) , infatti, mancano soprattutto installatori di infissi, fornai panificatori, pasticceri, sarti ma anche falegnami e cuochi: ovvero antichi mestieri che hanno da sempre onorato il made in Italy nel mondo.

Così come l’artigianato di qualità onora l’Italia.

(1) avvalendosi dell’interessante Liguria Ricerche, Ricerca finalizzata alla valorizzazione e recupero degli antichi mestieri (2011), ormai si intendano tali se

  • esistenti ante 1950,
  • caratterizzati e caratterizzanti in senso territoriale (vedi sopra),
  • organizzati in modalità non tayloriste-fordiste,
  • intensamente manuali,
  • trasmessi “famigliarmente” (anche per inidoneità o insufficienza dell’istruzione scolastica-formale),
  • via via in fase di rarefazione numerica,
  • caratterizzati da elevata e peculiare competenza e dunque meritevoli di sostegno

(2) U. Curti, Alte stagioni. Modelli per il marketing turistico, ed. Erga, Genova, 2006, pp 139-155. I francesi usano talora per territorio l’espressione terroir, la quale, si pensi alla Borgogna e in Italia ad es. alla Toscana, non significa semplicemente territorio, ma allude a tutto un insieme di “valori” (ambientali, storici, agricoli, sapienziali…) che una terra possiede e con cui si differenzia dalle altre. In tal senso, l’attuale competizione è sovente sistemica e non puntiforme, riguarda ormai aree vaste più che località singole, ed in tal senso – inoltre – le realtà che evolvono (o involvono) nel loro complesso trainano verso l’alto (o verso il basso) tutta una serie di “indotti”. Quanto alla Liguria, per le lavorazioni artigiane (non dissimilmente l’imprenditore artigiano) si veda anche la LR 3/2003, specialmente art. 48 c. III… Inoltre, l’iniziativa “Artigiani in Liguria” ha coperto buona parte dei prodotti e mestieri artigianali liguri (ardesia, damaschi, velluti, sediaria, vetro, ceramica, florovivaismo, cioccolato, arte orafa, gelateria, panificazione, pasta fresca, restauro artigianale, ferro battuto d’arte, filigrana – gli ultimi due sovente connessi al fabbro generico e all’orafo/gemmologo – ) interessati dai crismi della tipicità e talora della rarità. Cfr. poi, per alcuni spunti ancora fruibili, Provincia di Imperia (settore CIP) – Osservatorio mercato del lavoro (2005), Piccolo viaggio…negli antichi mestieri

(3) spopolamento, senilizzazione, necessità di pendolarismo…

(4) F. Ascari Scanabissi e L. Benatti Spennato, Alla riscoperta degli antichi mestieri scomparsi rari mutati nel tempo, ed. Adelmo Iaccheri, Montecuccolo di Pavullo (MO), 2010

(5) per approfondimenti si vedano anche, tutti di notevole valore: AA.VV, Il lavoro artistico, ed. Angeli, Milano, 1986; P. Ceresini, La sfida artigiana, ed. Angeli, Milano, 1992; U. Bernardi, Del viaggiare, ed. Angeli, Milano, 1997; B. Tellia, La formazione imprenditoriale e professionale nell’artigianato, ed. Angeli, Milano, 2002; CNA Emilia Romagna, Le economie locali nella competizione globale, ed. Angeli, Milano, 2003; AA.VV., La cultura del “dolce” a Mantova, ed. Angeli, Milano, 2004; Prometeia, L’artigianato in Europa, ed. Angeli, Milano, 2004; AA.VV., Il futuro nelle mani, ed. Angeli, Milano, 2007; D. Calamandrei, La ceramica artistica e tradizionale in Italia, ed. Angeli, 2009; G. Devecchi, Artigiano immaginario, ed. Angeli, Milano, 2010; S. Micelli, Futuro artigiano, ed. Marsilio, Venezia, 2011; C. Anderson, Makers, ed. Rizzolietas, Milano, 2012; R. Luna, Cambiamo tutto!, ed. Laterza, Bari, 2013; AA.VV., La società dei makers, ed. Marsilio, Venezia, 2013; V. Cesareo, M. Ambrosini, Gli artigiani del futuro, ed. Vita e pensiero, Milano, 2000; G. Curtoni, S. Giudici, Venature, fantasie di arredi e musica, ed. Camandona, Orbassano (TO), 2009; I. Guzzon, Quinta di copertina, ed. Camandona, Orbassano (TO), 2008; P. Iabichino, Invertising, ed. Guerini, Milano, 2009; AA.VV., Rework, manifesto del nuovo imprenditore minimalista, ed. Etas, Milano, 2010; P.Aliverti, A. Maietta, Il manuale del maker. La guida pratica…, ed. FAG, Assago (MI), 2014

 

 

Condividi questa pagina su:

Comments are closed.